RIEMPIRE IL VUOTO
Premessa: “… la funzione di un’azienda che sia abitata da persone capaci di “sentire il loro ruolo sociale” diventa presto e in modo naturale quello di realizzare molto più che prodotti da consumare. Diventa l’occuparsi di spazi vuoti, riempiendoli di contenuti destinati a rimanere a lungo nel tempo e disponibili a molti … ed è così che un’azienda si trasforma in un’entità capace di crescere, trasformandosi continuamente per migliorare l’ambiente in cui opera, diventando riconoscibile per l’utilità della sua esistenza e dell’eredità che lascia …”
Questa premessa dovrebbe essere la descrizione di un percorso già iniziato, o almeno il preludio alla nascita di un’era in cui aziende e comunicatori sappiano collaborare per la creazione di un nuovo modo di interpretare l’esistenza e il senso di quelle che vengono chiamate attività produttive.
Quanto di ciò che produciamo è oggi destinato a diventare un’utile eredità degna di essere ricordata e utilizzata a lungo? Quanto di ciò che produciamo merita davvero l’energia e le risorse che gli dedichiamo? Quante delle nostre attività sono spese in cose e vicende oggettivamente utili? Cosa impedisce davvero alle agenzie che affiancano le aziende di promuovere percorsi per produrre, anche industrialmente (perché no!?), esempi da imitare, azioni concrete, durevoli e soprattutto inequivocabilmente utili alla società di cui tutti facciamo parte? Quando pronunciamo il termine “sociale” siamo consapevoli che il sociale è l’intero sistema in cui viviamo? Ha senso occuparsi dell’utilità sociale di ciò che facciamo solo dopo esserci accorti di averla ignorata per anni? E, per contro, è davvero definibile “impegno sociale” creare una catena di produzione di “ovetti di cioccolata con sorpresina” in un Paese che stenta a trovare di che nutrirsi, giustificando questa “iniziativa” come impegno sociale di creazione del lavoro? È sensato organizzare una cena per centinaia di “vip” il cui ricavato da destinare a qualche organizzazione umanitaria risulta essere di circa 15mila euro quando, per molti degli invitati, quella somma rappresenta l’ordinaria spesa settimanale per i propri sfizi?
La riparazione del tetto di un asilo, la costituzione di una biblioteca, l’organizzazione del trasporto di persone non autonome, il recupero di aree abbandonate, un centro di supporto per persone anziane o con qualche impedimento … non sarebbero forse oggettivi esempi di investimenti in fattori di utilità sociale concreta e durevole e universalmente riconosciuti? Non è forse vero che se si è pronti a seguire un’azienda per quello che dice e che fa, allora è l’azienda che diventa responsabile di quello che ci suggerisce di fare? Non è forse più utile che un’azienda si occupi quindi di far crescere consapevolezze sociali piuttosto che buttare risorse per riempire spazi di comunicazione con vuoti contenuti e mondi artificiali? Gli investimenti ad impatto sociale sono senza dubbio la nuova frontiera della cosiddetta economia circolare, il nuovo paradigma etico che le aziende dovrebbero iniziare ad applicare sostituendoli ai classici e spesso imbarazzanti spot.
“Ci sono tante intelligenze, ma manca un’intelligenza di sistema, cioè la capacità di mettere insieme queste intelligenze e farle fruttare” (cit. Piero Angela)
C’è stato un tempo in cui i “creativi” lo erano davvero, e venivano chiamati per dar vita a opere durevoli e di grande qualità. Opere che i creativi di oggi usano come fossero loro creature. Nel ‘700 il Conte Keyserlingk, ambasciatore di Russia presso la corte di Dresda, commissionò le “Variazioni Goldberg” a Johann Sebastian Bach (1685-1750) per J.G. Goldberg appunto, un virtuoso del clavicembalo che avrebbe dovuto eseguirli per conciliare il sonno del Conte. L’intera serie di variazioni che Bach produsse, arricchiscono ancora oggi in modo ineguagliabile l’eredità delle potenzialità espressive ottenibili dalla musica tramite uno strumento dalle capacità apparentemente limitate, ma elaborate da un creativo particolarmente dotato che le ha sapute spremere con grazia e, diremmo oggi, professionalità. Direte che non c’entra. Ma rifletteteci e intanto potete ascoltarle qui: https://www.youtube.com/watch?v=I95v2Gi1fms
Pietro Greppi
ethical advisor e fondatore di Scarp de tenis
Per entrare in contatto con l’autore: info@ad-just.it